Condivido e traduco con piacere un saggio e intelligente articolo di Jon Anderson pubblicato su lightstalkers.org un pò di tempo fa:
(http://www.lightstalkers.org/narrative-pleasure-digital-journalism-and-slow-news)
Il piacere della narrazione, il giornalismo digitale e le “Slow News”
Jon Anderson
Il nostro comportamento da giornalisti tende ad essere dominato dalla necessità di vedere i nostri lavori “pubblicati” – cioè noi tendiamo a che le nostre storie vengano rese pubbliche affinché la gente sappia che qualcosa è sbagliato nel mondo (o che qualcosa è giusto) – e dunque siamo sempre stati storicamente limitati dall’insita “ristrettezza” dei media classici (si pensi a considerazioni di spazio, agende aditoriali, a come le storie dovrebbero scorrere e come dovrebbero apparire stilisticamente.. ecc.) Tutti noi siamo in grado di citare famosi esempi di ottimo materiale fotografico mai pubblicato ovvero pubblicato a pezzi, troncato. Il superbo lavoro di Marcus Bleasdale sul Congo è un esempio recente degli ostacoli che dobbiamo affrontare, in quanto nonostante non sia mai stato pubblicato da nessuno, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, riconoscimenti che paradossalmente, sono apparsi sui media che non hanno pubblicato il suo lavoro..
Poi è venuto il web, e immediatamente ci si è presentata l’occasione di auto-pubblicare i lavori oltre la tradizionale stampa. A tale proposito il fatto che persino il leggendario e autorevole POY (Pictures of the years) ha riconosciuto nelle pubblicazioni sul web, un genere degno di rispetto, significa che l’auto-pubblicazione sul web può legittimamente stigmatizzare la stampa tradizionale.
Ma tutti noi dobbiamo ancora affrontare problemi rilevanti. Quelli di noi che lavorano da indipendenti – ed il web facilita di molto la nostra “indipendenza” – devono confrontarsi con nuovi problemi: ad esempio come assestare la loro presenza sul web stesso, come attirare i lettori, come condurre il loro business ed assicurarsi di guadagnare abbastanza per continuare a lavorare, come distribuire i contenuti in modo efficiente, veloce e comprensibile, e cosi via. Ed infine, proprio perchè stiamo vivendo una fase di difficile transizione e potrebbero volerci anni prima che queste nuove forme di pubblicazione, distribuzione dei contenuti e strutture narrative abbiano presa, finiamo col fare cose stupide e senza senso – le nostre conclusioni sono pubblicare rudimentali slideshow e siti web timidi e inutili come quelli che i media tradizionali hanno da sempre stabilito come standard, e per di più riceviamo ridicoli tornaconto! La massa di lavoro necessaria per mettere insieme un buon pezzo di “multimedia” non è assolutamente compensato dalle tariffe editoriali classiche, che sono ancora basate su: 1) i criteri relativi a media stampati 2) taglio dei costi, retaggio del passato e derivato dal vecchio modo di fare business nella stampa.
Quindi: come facciamo a bypassare i media classici e raggiungere direttamente il “consumatore” dei nostri lavori? Mi torna in mente una domanda fatta a noi tutti da Mike Fox: se e come il web possa supportare il nostro lavoro; questo è il punto. Ad esempio potrebbe essere possibile che i lettori ci paghino direttamente per leggere i contenuti che offriamo loro, magari scaricando un pdf o uno slideshow da leggere e vedere con calma sul loro iphone. Come Mike stesso ha puntualizzato, navigare il web è un esperienza totalmente diversa da quella di sfogliare un giornale, sicché ci potremo aspettare che i lettori del futuro siano molto più selettivi, molto più interessati a temi altamente specifici (motori di ricerca sempre più intelligenti allerteranno il lettore quando nuovo materiale sul tema che gli interessa viene pubblicato..); gli stessi lettori sfoglieranno solo i primi risultati dei motori, sicché noi dobbiamo assicuraci che i nostri lavori appaiano tra i primi risultati.
E’ chiaro che queste nuove forme di consultazione, di “consumazione”, ci mettono di fronte a nuove sfide e, forse, a nuove opportunità.
Ci sono due questioni che dobbiamo affrontare. Come essere adeguatamente pagati? E come fare affinchè la distribuzione dei nostri contenuti garantisca la sua integrità e sia capace di raggiungere più lettori possibili?
Come ho già detto sospetto che nuovi modi di stabilire i prezzi ed i costi verranno fuori prima o poi e non saranno basati sulla quantità, o sulla capacità di diffusione dei media classici, piuttosto sulle dimensioni dei files, sul formato di fruizione e così via. La modalità con cui il materiale viene diffuso è la questione base ed io credo fermamente che se noi lavoriamo affinchè venga diffuso in maniera da promuovere il “piacere narrativo” del contenuto, allora potremo rispondere alle domande di Mike rispetto a se e come i consumatori saranno disposti a pagare per questo. Tutto qui: anziché essere il contenuto un intralcio per gli affari (come saggiamente ci dimostrano gli editori ogni giorno, la gente non compera magazines con immagini di carestie, morte ed altri vecchi clichè giornalistici, forse perché i lettori odiano quelle immagini oppure perché preferiscono gorgogliare sui gossip..) il contenuto diventerà una ragione per allettare più lettori.
Consideriamo adesso un diverso genere per avere una prospettiva più fresca sull’argomento. Perché ci piace il cinema? Il cinema è colmo di violenza e di immagini così devastanti e così inquietanti e potenti che non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che i fotografi hanno immortalato. E guardandole non ci rendono necessariamente “felici”. Piangiamo e ridiamo di fronte alla magia del cinema. Stringiamo i braccioli delle seggiole, resistendo dinanzi a terribili scene di torture e mutilazioni. Pochi esempi: lo sbarco in Salvate il soldato Rayan. I genitori abbandonati nella loro casa alla fine del commovente Tokio Story. Il famoso taglio d’occhio nell’Età dell’oro di Bonuel. Il lento e atroce assassinio dell’agente del KGB nella Cortina di ferro di hichcock. L’uccisione dei contadini in Platoon. La morte della moglie di Apu ed il conseguente abbandono del loro bambino nel terzo film dell’incomparabile trilogia di Apu del bengalese Ray. L’uccisione da parte dei pipistrelli del protagonista di Casino di Ed Pesci. Il pestaggio che Jake LaMotta riceve dai pugni di Sugar Ray in Toro Scatenato.
Ognuna di queste scene è un capolavoro del cinema e nonostante i contenuti brutali e strazianti, ogni scena cattura la nostra attenzione ed evoca lodi anziché condanne. Perché?
Il piacere narrativo. Lasciatemi essere più chiaro: non sto parlando di piacere in senso di semplice piacere, l’equivalente emozionale dello zucchero sulla lingua. Sto parlando di uno stato psicologico a cui è unita una soddisfazione intellettuale, fisica ed emozionale, che deriva non tanto da un tema o un’immagine specifica, ma dalla loro esistenza all’interno di una struttura che evoca ordine, che ha un senso, e che, se possibile, crea nuovi valori e ne conferma di già acquisiti, giocando un ruolo ideologico importantissimo nella cultura e che non dovrebbe essere sottostimato.
Il piacere narrativo deriva dalla struttura, non dal contenuto. Il piacere narrativo è una versione estetica del concetto Platonico della giustizia – un posto per ognuno ed ognuno al suo posto. Esso deriva da elementi imparentati e derivanti dagli elementi della poetica di Aristotele. L’unità, ad esempio. Le relazioni tra l’inizio, lo stato di mezzo e la fine. La tensione, l’apprensione e la sua risoluzione. La relazione di “forma AL contenuto”.
Una breve esempio che può spiegare quest’ultimo punto può essere trovato nel film Prospettive di un delitto. Si tratta della storia dell’assassinio di un presidente. Alla storia viene dato un impatto narrativo che da un lato richiama l’effetto Rashoman (vedi…), dall’altro la realtà storica dell’assassinio di Kennedy. Si tratta di questo: ci troviamo sottoposti al ripetersi di eventi visti attraverso gli occhi di vari protagonisti, nel tentativo apparente di poter esplorare il significato della prospettiva, della verità e della coerenza. Quello che i filosofi amano chiamare orizzonti ermeneutici. Il film è un totale ed amara delusione perché alla fine, tutte le prospettive narrative, la divisione continua della trama in distinti punti di vista dei singoli protagonisti, non hanno nessuno scopo che aumentare la suspance, e la vera trama si rivela nella maniera più prosaica e semplice nell’ultimo pezzo, cosicché tutto quello che ci rimane in mano alla fine è un eccitante inseguimento, e niente di niente riguardo al tema. Questo rappresenta, in sostanza, la disgiunzione tra la forma ed i contenuti.
Questo è il problema cruciale con i metodi che attualmente utilizziamo per raccontare e distribuire le nostre storie. I nostri metodi sono frammentari, fatti a pezzi, affettati, riduttivi, e dunque banali e senza importanza.
Noi forniamo mozziconi e bollettini anziché storie con un corpo sostanziale e dignitoso affinché valga la pena, per i nostri lettori, fermarsi e assorbirne il significato. Noi non siamo in grado di fornire strutture con del significato, esaustive ed inventive capaci di contestualizzare le violenze e la pena cosi da riscattare il contenuto e renderlo accattivante, ma solo facili clichè giornalistici – ancora un altro bambino scheletrico con le mosche sugli occhi – che annoiano e sono repellenti per il lettore. Se noi ci prendessimo cura di creare storie travolgenti ed avvincenti come quelle che vediamo al cinema, allora io non vedo ragione perché noi non possiamo contare in un futuro dove la gente richieda il nostro lavoro, lo scarichi da internet e ci paghi per questo.
Un file PDF, ad esempio, può affrontare l’argomento (la storia) in moltissimi modi differenti, soprattutto se si ha il tempo di imparare i principi base dei comuni software di impaginazione. Prendete ad esempio cosa ho cercato di ottenere nella pagina “Gagà” nel mio sito web ”Domenican Batey” (http://www.dominicanbatey.org/Gaga.html).
Se guardate attentamente la pagina, vedrete testo e immagini mescolate in una varietà di modi, ed in un paio di situazioni ho usato immagini non particolarmente buone in se stesse, ma combinate in una struttura adeguata riescono a raccontare la storia in un modo che credo sia convincente. (Mi riferisco alla sezione di foto dove dei giovanotti corrono raggiungendo l’eccitazione e la sensualità del Gagà, così come alla sezione con le fruste).
Tralasciamo il fatto che forse ho caricato files troppo pesanti, che si scaricano con difficoltà, ma cose come questa possono essere facilmente risolte. Il punto è che io non ho ignorato la struttura narrativa; al contrario l’ho sfruttata nel modo più pieno, così da presentare il materiale in modo da tirar fuori l’interesse, certo, ma ancora più importante l’ho escogitata con un ripieno di elementi poetici ed analitici, quindi alla fine il modello narrativo non è quello delle “news”, ma qualcosa di molto più simile al romanzo, un romanzo nel quale uno trova trame e sotto-trame, protagonisti, personaggi e un eclettico mix di materiali.
L’ultimo punto è per me molto importante. Come ho già detto e scritto altrove, il futuro del giornalismo sul web deve essere quello di un giornalismo più eclettico, dalle molte forme, intertestuale e transdisciplinare. Ciò significa necessariamente che noi tutti dovremo aumentare le nostre capacità, i nostri skills (per dirla con gergo moderno) per rimanere sul carro dei tempi moderni e continuare a lavorare. No credo che ciò implichi sforzi sovrumani, sebbene bisognerà affrontare nuove questioni come, ad esempio, compensi economici adeguati.
Comunque, mentre molti membri di LS hanno criticato recentemente le scelte di molte organizzazioni e agenzie di stampa di dotare i loro scrittori di fotocamere digitali, per abbattere i costi, devo dire che questa tendenza è stata invece per me salutare, perché dopo anni di magra, da scrittore, ora ho molto più lavoro perché posso affiancare ai miei testi dei contenuti visivi, e devo dire che mi piace molto. Insomma invece di vedere il giornalismo digitale come una minaccia alle nostre esistenze, dovremmo identificare e sfruttarne i vantaggi in modo proficuo e diligente. E, non da ultimo, permettere che le nuove tendenze digitali, ci consentano di scoprire in noi stessi nuovi talenti e insospettate risorse, che aggiungeranno piacere al lavoro che facciamo.
Il modo formale di presentare le notizie fino ad oggi, è stato dominato dalla struttura fisica classica, che non ha più nulla a che fare con le forme disponibili oggi nell’era digitale – modalità “da destra a sinistra” o “girare pagina”, formati ereditati da magazines e libri, così come le colonne e le barre ereditate da giornali come il Times, sono oramai relitti dell’era Gutemberg. Il nostro compito nel futuro sarà di fare nostro quello che Gilles Peres e Fred Ritchin ci hanno lasciato con il loro lavoro sperimentale sulla Bosnia (http://www.nytimes.com/specials/bosnia/). Il nostro compito sarà di riflettere sulla natura dell’HTML e di Flash e considerare come questi possano essere utili alla creazione di oggetti narrativi adatti alle nuove generazioni, molte delle quali (anche nel terzo mondo, dove il gap digitale finora ha impedito la fruizione di contenuti da internet per via della mancanza o inadeguatezza di accesso alla rete) hanno avuto a stanno avendo una scolarizzazione del tutto nuova e certamente alterata dalla digitalizzazione.
Sono fortemente convinto che la brevità non sia necessariamente una virtù, e che il web come mezzo è capace più di ogni altro di sostenere un approccio molto più approfondito, ampio e “prolisso” al modo di raccontare le storie. Di sicuro navigare e cliccare sono sintomi di velocità e brevità, ma non sono convinto che questo sia un deterioramento delle abitudini di lettura. Di sicuro è molto diffuso lo sterile navigare, ma vi è anche nel web la possibilità intrinseca di condurre una vera e propria “ricerca” – che è, dopo tutto, il motivo e la causa per cui il web si è sviluppato: la necessità per i ricercatori di comunicare con gli altri e per gli studenti di fare “ricerca”. Una delle reazioni che ho avuto dalla pubblicazione del mio primo pezzo multimediale, una storia sulle pratiche religiose sincretiche della Repubblica Dominicana, fu che avevo tralasciato questo o quel settore, che non avevo ben esplorato questo o quel tema – in breve che ero stato troppo conciso e troppo breve. Molto lettori erano preparati, anzi si aspettavano, un trattamento molto “filmico” del tema, qualcosa di molto più lungo. Io spiegai che, causa le limitazioni della tecnologia di streaming, non avevo potuto dargli una struttura del genere, sebbene fui d’accordo che sarebbe stato molto apprezzabile, e mi domando adesso se e quando sarà possibile; ma sono convinto più che mai che la nostra sopravvivenza, la nostra prosperità dipenda dalla nostra abilità di creare strutture narrative e, lavorando sulle attuali possibilità dello streaming, di renderle disponibili sul web.
Forse conoscerete il movimento chiamato “Slow food” che si è formato come risposta al sempre più crescente diffondersi della cultura globale del Fast food ed ai suoi cibi considerati non salutari.
Vorrei farmi fautore in questa sede di un grande investimento del nostro tempo in quello che potremo chiamare “Slow News” – notizie presentate con grande profondità e intensità, distaccate dall’uso del tempo che governa il classico modo di affrontare le news. E sebbene possa sembrare esserci una somiglianza con quello che normalmente viene definito come “documentario”, questo approccio va al di la dei lineamenti tipici del genere documentaristico. Mi sto facendo promotore di una forma di reportage digitale basato sulle tecniche di “investigazione”, sui principi propri della “ricerca” universitaria che sono stati alla base della nascita e della crescita di internet, la ragion d’essere dell’era digitale. Invece di limitarci a raccontare che un determinato evento è accaduto, noi esploriamo il suo significato, invece di annotare che l’evento si sta concludendo noi lo fissiamo, ne facciamo un monumento, lo espandiamo attraverso una grande varietà e diversità di discorsi. Noi riteniamo che le news, per loro natura, siano inerenti ad un tipo di racconto che è “nuovo”, corrente, istantaneo. Le fotocamere digitali e le nuove forme di trasmissione dati hanno ingigantito questa accezione delle news. E mentre sicuramente questo modello continuerà a dominare l’industria dei media, credo che il web consenta una grande espansione di questo aspetto del giornalismo: la sua branca analitica ed investigativa. E mentre siamo stressati dalla ricerca di lavoro sul fronte delle news in senso classico, potremmo invece trovare nuove opportunità in questo nuovo mercato; e probabilmente anche i media classici, una volta appurato come monetizzare il web, investiranno denaro in questa area, così che un nuovo tipo di giornalismo possa crescere e prosperare e dare da vivere a chi dimostrerà di avere la splendida e straordianaria vocazione a capire il mondo e le curiose abitudini del genere umano.
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